TERMOLI. “Nella sezione del Msi di via Acca Larentia, nel popoloso quartiere Appio si svolge una riunione giovanile. La sezione è un polveroso stanzone, chiuso da una saracinesca metallica, al termine di una strada non accessibile dalle macchine.
Sono le 18 si preparano i volantini per un concerto di musica alternativa: devono cantare “Gli Amici del Vento”, un gruppo milanese che ha iniziato a fare “Musica Alternativa”.
Alle 18.20 i ragazzi escono dalla sezione, devono andare a raggiungere gli altri camerati che stanno volantinando in piazza Risorgimento. In tre escono dalla sezione. All’uscita i ragazzi vengono accolti da un fuoco incrociato di armi automatiche; sparano ripetutamente nel mucchio, finché non rimangono sul selciato colpiti a morte: Franco Bigonzetti (20 anni) e FRANCESCO CIAVATTA (18 anni originario di Montagano Cb). Vincenzo Segneri riesce a rientrare in sezione e, seppur ferito a un braccio, a chiudere la porta blindata. I soccorsi tardano, Francesco rantola in un lago di sangue, morirà durante il tragitto in ospedale.
La notizia si sparge, dilaga fra i camerati che convergono da tutta Roma verso la sezione di Acca Larentia. La tensione è alle stelle, l’indifferenza e l’arroganza di giornalisti superano ogni limite. Un giornalista della Rai butta con disprezzo (o con distrazione ) la cicca di una sigaretta nella pozza di sangue di Francesco.
La reazione dei camerati presenti è immediata. Le “forze dell’ordine” caricano e lanciano lacrimogeni. Stefano Recchioni, militante del Fronte della Gioventù, sezione ‘Colle Oppio’ viene colpito da un proiettile sparato da un capitano dei Carabinieri. Morirà il 9 gennaio all’Ospedale S. Giovanni.
In poche ore la furia omicida ha colpito per ben tre volte e solo il caso ha “limitato” a tre il numero delle vittime. Se tutti e sei i ragazzi della sezione fossero usciti contemporaneamente ben più grave sarebbe stato il bilancio, le sventagliate di mitraglietta esplose dai comunisti avrebbero fatto ben altri danni.
La rivendicazione della strage fu puntuale: i ‘Nuclei Armati di Contropotere Territoriale’, rivendicarono l’azione definendola un’azione di “antifascismo militante” teso a “colpire i nemici del popolo”. Tanto per gradire tutti i presunti colpevoli vennero assolti per insufficienza di prove come la supposta componente femminile del commando, rimasta per altro latitante.
Da allora tutti gli anni i Camerati romani, ma anche quei molisani (un incontro con la mamma di Francesco Ciavatta era previsto in mattinata, a Montagano) , commemorano la strage, e anche oggi (anno 2009 ), in occasione della commemorazione le forze progressiste si scatenano invocando l’intervento delle forze dell’ordine per impedire le “provocazioni fasciste” e i rigurgiti “razzisti”.
Strano oggi come allora si invoca l’intervento delle forze dell’ordine. Fortunatamente per adesso le stesse non sparano più ad altezza d’uomo…”.
(fonte: Italia di Destra)
Nota del direttore
In occasione di quella strage avvenuta per mano di comunisti rimasti impuniti e che impiegarono armi automatiche utilizzate poi anche in successivi assalti ‘brigatisti’, la rabbia e l’indignazione per l’accaduto, ma anche per il comportamento quantomeno irresponsabile delle forze dell’ordine allora guidate da un ministro degli Interni (oggi tanto riabilitato e venerato), che si chiamava e si chiama Francesco Cossiga, furno fortissime anche in Molise.
Sezioni del Msi e sedi del Fronte della Gioventù rimasero presidiate per intere giornate e nottate, in attesa che facesse ritorno in Molise, per i funerali la salma del camerata, Fracesco Ciavatta.
Un feretro che fu portato a spalla nella sua Montagano in un freddo e piovoso pomeriggio, con agenti della Digos che, nascosti, fotografavano goffamente e irrispettosamente, i numerosi giovani militanti, ma anche gli anziani ‘missini’, accorsi a Montagano da tutto il Molise.
Da quel 10 gennaio, anno dopo anno, nel paesino vicino Campobasso si sono susseguite commemorazioni e celabrazioni in ricordo del sacrificio di Fracesco Ciavatta.
Il nuovo corso della destra italiana (se così può essere ancora chiamata), e la ‘svendita totale’ delle insegne missine, sta portando quasi a ignorare queste circostanze che, però, restano scolpite indelebilli nella mente e nel ricordo di chi sente ancora di essere davvero di Destra.
Pietro Eremita






