venerdì 13 Febbraio 2026
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I due indiziati hanno ammesso di aver ucciso il 38enne Raffaele Scala

TERMOLI. Sono state delle dichiarazioni spontanee uscite dalla bocca dei due principali ricercati a far infrangere, nemmeno dodici ore dopo, il tentativo disperato di fuga dei due presunti assassini del 38enne Raffaele Scala, il noto ‘Lello’, ragazzone napoletano ormai termolese d’adozione da diversi anni.

Accoltellato all’addome, alla spalla e sgozzato in gola, brutalmente ammazzato in mezzo alla strada, in via Duca degli Abruzzi, proprio di fronte alla nota pizzeria Amadeus e rinvenuto quasi per caso da un passante, che pensava si fosse trattato di un investimento pedonale, Scala è stato ucciso per un debito, al quale lui, creditore di una somma di danaro nei confronti di uno dei suoi aguzzini, il 33enne melfitano Giuseppe Cito, ma residente a Termoli, dove era stato sposato e, poi separato, con una rom. Insieme a lui avrebbe agito il 24enne originario di Torino Luigi Libutti, anch’egli ormai residente in loco (tutti e due con precedenti specifici per droga), ha chiesto di rientrare, poiché necessitava di liquidi per poter aprire un negozio di abbigliamento, dopo aver aperto in precedenza una partita Iva per vendere merce a casa sua.

Questa, almeno, è la versione rilasciata dalla convivente della vittima, che era sposato e separato pure lui, con una figlia carico. Tuttavia, la ricostruzione della vicenda e del truculento epilogo ha fatto sbottonare il capo della Procura di Larino, Nicola Magrone, nell’ipotizzare come Scala si fosse imbattuto in un giro di stupefacenti e nel mezzo di una partita non saldata, avesse trovato l’agguato. La pista decisiva attraverso cui gli inquirenti si sono indirizzati precisamente sui due sospettati è stata battuta grazie alle rivelazioni esternate proprio dalla ragazza a cui Lello da anni si era legato sentimentalmente.

Lei ha fatto il nome di uno dei due, adducendo la ragione del prestito, fulminante collegamento che ha permesso nel giro di una nottata e di un’alba angosciante, di mettere le mani sui fuggiaschi, diretti nella terra natia del più grande, Cito, magari nella speranza di farla franca e di riuscire a nascondersi il tempo sufficiente a far evaporare la caccia all’uomo. Ma troppa violenza era stata usata nell’azzoppare definitivamente le speranze di vita di Scala, troppo sangue sparso su quell’asfalto lavato di rosso come l’onta di una evidente e invasiva richiesta, tanto da scatenare i peggiori istinti omicidi. Resta sempre il mistero di dove siano stati inferti i primi fendenti, di chi fosse nella Fiat 500 rossa lasciata con lo sportello aperto. Tutti interrogativi che gli investigatori cercheranno di sciogliere al più presto, caso mai non l’avessero già fatto. Una nottata intera per rovistare, scandagliare minuziosamente gli ultimi anni, i mesi che Scala ha vissuto in città. Frequentazioni, affari, conoscenze.

Qualsiasi cosa potesse far affiorare un solo elemento indiziario capace di sgombrare la nebbia che aveva ottenebrato tutti in quegli infernali minuti, interminabili, che sono seguiti alla scoperta del cadavere. Mai nella storia della città, almeno quella a memoria degli ultimi decenni, un simile ed efferato crimine era stato compiuto a Termoli. Il vice questore Francesco Lagrasta, tutti i suoi agenti della squadra anticrimine, le forze dell’ordine e i carabinieri di supporto, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Luca Venturi, hanno impiegato tutto il tempo a loro disposizione per snidare il colpevoli. Più volte i sopralluoghi alla ricerca dell’arma del delitto.

Ma come detto, a dare una spinta propulsiva e decisiva alle indagini è stato il racconto della fidanzata di Lello. Appena emerso il nome di Cito, l’informativa è partita alla volta del commissariato di Melfi, guidato dal dirigente 45enne Mario Russo, che ha sguinzagliato i suoi in tutto il circondario alla ricerca di quelle due persone, descritte con ogni crisma possibile. Il blitz degli agenti è scattato nelle prime ore della mattina di ieri, a Rionero in Vulture, con uno al volante di un’auto, quella della fuga, probabilmente, e l’altro fermato in strada. Non hanno opposto resistenza e dopo essere stati condotti in commissariato, accertatene le generalità e l’identità, sono stati sottoposti a un interrogatorio pressante, ore e ore di domande incalzanti che, alla fine, hanno portato i due ad ammettere di essere i carnefici del povero Lello.

Dopo un confronto con Magrone, Venturi e Lagrasta, Russo ha ottenuto da parte del primo la sottoscrizione di un decreto di fermo ai sensi dell’articolo 384 del codice di procedura penale, come indiziati di delitto e lì rimarranno a disposizione della magistratura sino a nuovi ordini. Una misura precautelare che sarà al vaglio del giudice per le indagini preliminari, a cui verrà chiesto di convertire il fermo in carcerazione preventiva.

Piccole noie, un solo avviso di garanzia notificatogli nel 2003, i guai giudiziari di Scala, il cui atteggiamento guascone induceva a pensare chissà che cosa. Invece, la morte lo ha colto nel modo più cruento, quasi fosse un regolamento di conti da criminalità organizzata.

Raccogliendo le varie indiscrezioni di cui Termoli e i punti di chiacchiericcio prediletti di cui si sono nutriti, qualcuno avrebbe visto nel pomeriggio Lello litigare con veemenza in un locale pubblico con chi, dopo poche ore, gli avrebbe tagliato la gola e bucato la pancia.

Ora toccherà all’Autorità giudiziaria scandire i tempi di questa inchiesta, velocissima nel giungere al sodo. Merito degli inquirenti, capaci di lavorare con grande coordinazione, anche a distanza, non perdendo un attimo. Nessuna notizia ufficiale su di una eventuale autopsia sul cadavere di Scala, mentre le esequie sono già fissate per le nove di martedì mattina, 24 febbraio, alla parrocchia di San Pietro.

emanuelebracone@termolionline.it