TERMOLI. E’ simile ad un last minute, ma non così piacevole come potrebbe essere un viaggio. Ha tanto tempo libero a disposizione, un cuore palpitante sempre in ansia e tanta voglia di dimostrare di essere in gamba. Di cosa si parla se non della vita da precario?
Non si tratta di una scelta, niente affatto. Se così fosse, il problema non sussisterebbe. La verità è che si tratta di una professione. E molto in voga, soprattutto negli ultimi anni. Una posizione svantaggiosa e molto difficile da sopportare. Come dappertutto, anche la nostra cittadina è assuefatta di precariato. Giovani e meno giovani in attesa di un’occupazione fissa, di un lavoro stabile, gente in cerca di certezze e stabilità. E invece niente di tutto questo sembra sia possibile offrire oggi a queste persone.
Soprattutto adesso che la situazione economica e lavorativa ha subito una forte e pesante fase di arresto, ora che i continui cicli di cassa integrazione e la chiusura di alcune fabbriche stanno facendo scongiurare il peggio, se il peggio ancora deve arrivare, molti sperano perlomeno di mantenere fisso quel posto da precario. “Meglio settecento euro che niente- ha spiegato un ragazzo, precario da ben due anni. Ma questo non è l’unico caso. Quante persone vivono con poche centinaia di euro e col cuore in gola ogni mese sperando di non essere licenziate?
Più che vita da precario, è una sopravvivenza da precario. La percezione di precarietà oggi è avvertita da ognuno di noi soprattutto dal punto di vista lavorativo, ma non ci si accorge che le nostre vite sono precarie più di quanto sembra. Forme più subdole di precarietà colpiscono tutti, anche chi ha un lavoro stabile. Precarietà, infatti, significa insicurezza sotto tutti i punti di vista. Non si tratta, perciò, soltanto di non avere un lavoro sicuro, precario è anche colui che non riesce a comprare una casa a causa dei redditi bassi e degli affitti alti, chi non può avere un’assistenza sanitaria o un’istruzione adeguata per il costante e progressivo smantellamento del servizio pubblico. Precaria è la nostra cultura, in alcuni casi.
“Parlano tanto di flessibilità- ha dichiarato un signore, in cassa integrazione da tempo ormai- ma qui non si tratta più di adattabilità, di autonomia e di mobilità. E’ precariato e basta! Dopo una sorta di pellegrinaggio da un lavoro ad un altro adesso sono in cassa integrazione. Pochi soldi, tanti bisogni, una famiglia abbastanza numerosa. Come si fa?”.
Uomini e donne sperimentano quotidianamente le difficoltà, le vie labirintiche di questa condizione. Tante le trappole e tutte con nomi diversi. Ma che si parli di stage, di contratti di somministrazione, di co. co. co, di contratti di lavoro a progetto o a termine, di contratti di apprendistato o di inserimento, poco importa. I nomi hanno un unico comune denominatore: precario. Contratti che sfuggono all’articolo 18, che dopo un po’ di tempo scadono e ci si ritrova al punto di partenza con qualche anno in più, qualche speranza in meno e pochissimi contributi previdenziali.
E’ quello che succede qui, è il vortice in cui sono coinvolti tanti ragazzi. Molti hanno studiato, fatto sacrifici assieme ai genitori che li hanno ‘garantiti’ in senso monetario, fiduciosi che quel bravo figlio li avrebbe un giorno ripagati ed invece, non certo per mancanza di volontà del ragazzo, a distanza di anni, sono costretti ancora a ‘mantenerlo’. Il lavoro, bestia nera del momento, non c’è. O se c’è, va e viene. Precarietà, un tunnel spaventoso nel quale, almeno per il momento, non c’è via di uscita. E le conseguenze economiche ma anche psicologiche sono disastrose.
Maria Ciarlitto






