TERMOLI. Una realtà dolorosa che deve essere affrontata. Così, per sensibilizzare il pubblico alla pratica ed alla diffusione delle cure palliative, l’oncologo Carmine Travaglini ed il direttore del presidio ospedaliero San Timoteo di Termoli, Filippo Vitale, hanno tenuto un convegno presso la sala conferenze dell’ospedale dal titolo: ‘L’hospice Madre Teresa di Calcutta nel panorama sanitario della regione Molise: un percorso di integrazione difficile, ma obbligato’.
E’ il primo di una serie di incontri che si vorrebbero realizzare sul territorio regionale, in collaborazione con le istituzioni, perché nonostante la presenza, la protezione e la sicurezza che medici ed infermieri garantiscono ai malati terminali, sono ancora troppi coloro che, nell’ultima fase di vita, sono lontani dai percorsi assistenziali ad essi dedicati.
L’hospice di Madre Teresa di Calcutta, con sede a Larino, ad esempio, ha un potenziale di sedici posti letto, ma non si è mai riempito completamente. Malati e familiari, a volte, preferiscono nascondere la morte, il dolore e la sofferenza. Una visione olistica del problema ed una scollatura troppo evidente. Pertanto si è parlato dei malati terminali, delle cure palliative e dell’impegno profuso presso l’hospice di Larino. “L’aspetto farmacologico è importante- ha dichiarato il dottor Travaglini- ma la componente umana è fondamentale. Si tratta di un’assistenza complessa che necessita di cure ed attenzioni e di una formazione sul piano professionale”.
L’integrazione è difficile, ma obbligata perché è la storia, è la società che ha deciso di fare tutto ciò. Cura, attenzione, passione e, molto spesso, amarezza scandiscono le giornate degli oncologi e degli infermieri addetti all’hospice, dove sono ‘riuniti’ i malati terminali. E proprio di loro Travaglini ha parlato. Il malato terminale è il ‘nuovo’ soggetto di cura. Tutti ne parlano ma nessuno lo riconosce”. I malati terminali- ha continuato l’oncologo- hanno una ragionevole aspettativa di vita di circa 90 giorni. Noi dovremmo ridare a queste persone ed alle loro famiglie un senso. Se non lo facciamo, manchiamo a qualcosa”.
Il malato terminale non presenta soltanto dolori fisici ed effetti collaterali. La perdita di una posizione sociale, del ruolo di famiglia, il senso di abbandono, l’alterazione dell’aspetto si impadroniscono di questi soggetti. Il medico, da solo, è impotente; l’ospedale risulta inadeguato ed espone il malato terminale alla duplice conseguenza dell’abbandono e dell’accanimento terapeutico. Tutto questo, spesso, non è capito dai malati e dai familiari.
La società è pervasa dai pregiudizi e dalla disinformazione su questo tema che però è molto importante. Così come è necessario passare dal ‘to cure’, curare, al ‘to care’, prendersi cura del malato, della malattia. Di qui, l’importanza delle cure palliative che affermano il valore della vita. “Le cure palliative- ha commentato Travaglini- offrono un sistema di supporto per aiutare il malato a vivere più attivamente fino alla morte, provvedono al sollievo del dolore, considerano la morte come un evento naturale, aiutano la famiglia a convivere con la malattia”.
Pertanto, bisogna abbattere la barriera culturale e diffondere le cure palliative, contribuendo a fornire una risposta positiva ai bisogni dei malati e delle loro famiglie.
Maria Ciarlitto





