martedì 10 Febbraio 2026
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Solidali fino all’eroismo irresponsabile e al martirio. Da San Giuliano a L’Aquila

L’AQUILA. Una vigilia di Pasqua molto particolare quella che abbiamo voluto far trascorrere a due nostri amici, due inviati molto speciali, Antonio Fortunato e Antonio Olivastro, che con entrambi le origini abruzzesi nel sangue, pur se radicati da generazioni, ormai, in Basso Molise, con incursioni di vita più o meno lunghe nel settentrione, hanno passato lo scorso sabato santo una intera giornata tra le rovine di quella meravigliosa città d’arte che è, si spera e ancora sarà, dopo la ricostruzione, l’Aquila. Un reportage di emozioni e sentimenti in punta di penna.

emanuelebracone@termolionline.it

IL RACCONTO

Molisani di nascita, impastati da genitori con sangue e carne d’Abruzzo andiamo ascoltando il martirio della regione consanguinea. Quella tragica fatalità che il 31 ottobre 2002 colpì la nostra San Giuliano è tornata puntuale a esigere vite, a seppellire L’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo.
Siamo stati a Morro d’Oro di Teramo, per celebrare il richiamo delle origini, ammirando e baciando la terra dei nostri padri. Non pensavamo che saremmo tornati in Abruzzo dopo pochi giorni col lutto nel cuore. Puntiamo la macchina all’Aquila, niente giochi di parole, zero sogni di gloria, osserviamo e tacciamo.
Torniamo all’Aquila termolesi di cultura, di spirito. Torniamo all’Aquila azzannata, dilaniata da una furia, sembrerebbe malvagia e irrazionale. Ma invece è la vita della terra, che l’uomo non impara a rispettare.

Il centro storico è blindato militarmente, non si accede. In lontananza i disastri sembrano contenuti, quando hai davanti le case, capisci perché non c’è rimasto più nessuno. Costruzioni nuove sventrate e implose. Una palazzina sta in piedi di sghimbescio, attraversata da squarci di mezzo metro, un soffio e va giù. Una casa sembra sforata dalle cannonate, Un’altra palazzina pare sia stata attraversata dai fulmini.

Uno studio intatto, con la scrivania il computer i fogli di lavoro, ha perso le pareti esterne.  Ovunque i piani alti schiacciano quelli inferiori, le pareti del primo piano sono state sputate addosso alle macchine in strada.
Molti giovani di Termoli frequentano l’Università dell’Aquila. A Pettino, quartiere alto della città, dobbiamo incontrarci con Willi Calvarese, capo scout della sezione di Termoli. Sono tutti nella Parrocchia San Francesco a scaricare indumenti e vettovaglie. Alla mensa da campo ho il piacere di conoscere don Benito Giorgetta, parroco di S. Maria degli Angeli di Termoli.
Il Molise ha versato ancora il suo tributo di sangue a una belva che ci è madre, mancano all’appello sei corregionali.. Lo ha fatto soprattutto l’Irpinia con 2735 morti.

In realtà non rispettiamo i battiti della Terra, non rispettiamo il suo respiro. In questi giorni ci dimostriamo avidi di apprendere dagli studiosi le ragioni del  terremoto, indaghiamo sulle responsabilità dei crolli.
La teoria dei continenti, del tedesco Alfred Wegener,  è una bellissima storia che si studia già alle scuole medie.  Spiega che il centro della terra è un nucleo, ove per le fortissime pressioni si depositano i materiali più pesanti. Questo nucleo è avvolto da un magma incandescente viscido, su di esso galleggiano come zatteroni più o meno i nostri continenti.
Per effetto della rotazione terrestre e altre interazioni, i continenti si muovono impercettibilmente alla deriva, urtandosi e scontrandosi. Sinteticamente la scienza aggiunge che la zolla africana tende a spingere verso nord l’Eurasia, per cui esiste una fascia di frattura e di attrito tra queste piattaforme. Quando l’equilibrio si spezza si generano i terremoti liberando energie catastrofiche.

Per quello che ci occorre, conosciamo come si comporta la natura. Facciamo leggi per mettere in sicurezza i siti più esposti: i centri storici, le scuole, i lasciti delle civiltà antecedenti; facciamo leggi antisismiche per le nuove costruzioni.
La Terra ci ama troppo, ogni tanto si prende i più belli con sé. Non dice: tanti vecchi, tanti giovani, tanti bambini. La Terra batte i suoi colpi: Friuli, Irpinia, San Giuliano, L’Aquila. Forse nemmeno ci pensa a esigere le sue vittime, si accontenterebbe di ricordarci il senso della vita, il rispetto.

Noi stolti le offriamo vite umane, non amiamo, coviamo l’imbroglio. La terra non uccide l’uomo, l’uomo uccide per nutrirsi di avidità. La Maiella è al suo posto immacolata come ieri e ieri l’altro. I pinnacoli del Gran Sasso sono muti anche loro. Come zittire la nostra stoltezza. Piangiamo senza imprecare. Si può imprecare alla fanciullaggine dell’uomo che ruba e uccide, ruba giocando, spesso mettendo in forse la  sua sopravvivenza. Non siamo in grado di dare assoluzioni e nemmeno soluzioni.

Antonio Olivastro