GUGLIONESI. Avevo solo sette anni. Un’età in cui il mondo dovrebbe essere fatto di giochi, di merende e di sogni ancora intatti. Eppure c’è una data che non dimenticherò mai, il 23 maggio 1992.
Ero bambina, non capivo tutto quello che stava accadendo. Ma qualcosa, quel giorno, si incrinò. Ricordo i volti seri della mia famiglia davanti al telegiornale. Le immagini forti, ripetute in loop: un’autostrada sventrata, macerie, sirene, polvere e sangue.
Ricordo il nome, Giovanni Falcone.Ricordo che era un giudice. Che era morto. Con lui sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.Ricordo che si parlava di mafia. Di una bomba. Di Cosa Nostra.
Cosa nostra. Le parole suonavano strane, quasi paradossali.Nostra, ma di chi? Non certo mia. Non certo delle persone che quel giorno persero la vita per mano di un potere criminale che non conosce pietà, né onore, né umanità. Cosa nostra dovevano essere quelle vite, non la mafia. Nostra doveva essere la voglia di cambiare, il coraggio di chi non si piega. Nostra doveva essere la Sicilia, così lontana e così tanto ferita, non la mano che la violenta.
Quel giorno ho capito, anche senza comprendere tutto, che qualcosa di profondamente ingiusto stava accadendo. Che l’Italia era ferita. E che quelle ferite ci riguardavano tutti. Da quel giorno, il mio sguardo sul mondo non è più stato lo stesso. Ogni tanto, crescendo, quella data tornava. Un articolo, una commemorazione, un libro di scuola. Ogni volta, una fitta. Un nodo alla gola.
La memoria è importante, ma da sola non basta.Non basta ricordare Falcone, se non si sceglie ogni giorno da che parte stare. Non basta dire “mai più”, se poi si abbassa lo sguardo di fronte all’ingiustizia, alla corruzione, alla paura. Non basta indignarsi, se si resta fermi. Quel 23 maggio non è solo passato. È anche presente. È futuro. È nelle scelte di chi studia, lavora, cresce senza scendere a compromessi.È nei ragazzi che parlano di legalità. È in chi semina cultura dove prima c’era solo silenzio. È in chi dice no, anche quando è più facile tacere.
Falcone una volta disse: “Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”.
Sta a noi farle camminare, quelle idee.Sta a noi renderle vive. Concrete. Quotidiane. Perché quella data, che allora mi spaventava, oggi mi guida.
E mi ricorda ogni giorno che la giustizia non è un’utopia. È una responsabilità.
Alberta Zulli





