CASACALENDA. La “sindaka” di Casacalenda, Sabrina Lallitto, protagonista due giorni fa a Pietra Montecorvino, in provincia di Foggia, dove nell’ambito della “Settimana identitaria” ha preso parte alla Tavola Rotonda – Piccoli comuni, Aree interne, identità.
Una riflessione condivisa Gianfilippo Mignogna, già sindaco di Biccari, rispetto al tema delle aree interne alla luce della pubblicazione della nuova programmazione Snai.
«La mia riflessione: Temmatemenetè. Perfetta. Una epigrafe che mi sembra perfetta mi ha accolto a Pietra Montecorvino, bellissimo borgo della Daunia.
La sua plausibile traduzione è: “Ti ammazzerei, ma non ne ho voglia”.
Uno stornello che sembra anticipare – con amara ironia – uno dei temi emersi durante l’incontro dedicato alla Settimana Identitaria: il futuro delle aree interne.
Ci siamo parlati con sincerità e, soprattutto, con le “carte alla mano”.
Ed è da lì che nasce questa riflessione.
Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), approvato il 9 aprile 2025, rappresenta un passaggio importante. Riprende le analisi del CNEL sullo stato demografico dei nostri territori: un’Italia che si restringe e invecchia, soprattutto nelle zone più fragili. Ma il piano rischia di trasformarsi in un esercizio fatalista, che legittima il declino invece di combatterlo.
Il CNEL ipotizza quattro scenari demografici. Solo i primi due prevedono un’inversione di tendenza. Il terzo parla di “contenere” lo spopolamento; il quarto propone un “accompagnamento dignitoso” al vuoto. In altre parole, lasciare comuni al lento esaurimento, una eutanasia programmata, guidata.
Penso al Mio Molise… i numeri parlano chiaro: da 320.000 abitanti nel 2002 a meno di 290.000 nel 2023. Un invecchiamento avanzato e molti comuni che hanno perso oltre la metà della popolazione. Eppure, quei luoghi non possono essere letti solo attraverso dati e percentuali.
I piccoli comuni custodiscono risorse invisibili ma fondamentali: la purificazione di acqua e aria, la regolazione dei cicli naturali, la conservazione della biodiversità, mitigazione delle alluvioni, la cura del territorio e delle sue produzioni… e tante altre variabili simili. Questi sono servizi ecosistemici essenziali per tutto il Paese e non si generano altrove.
La contabilità ambientale – promossa da ISTAT e Unione Europea – dimostra che assegnare un valore economico a questi servizi trasforma la spesa (le aree interne sono considerate solo un costo per l’economia nazionale) in investimento. I boschi molisani che assorbono CO₂ non sono costi, ma patrimoni.
In questo contesto, la cooperazione istituzionale non è un tecnicismo: è il cuore della sfida. Collegare il PSNAI al PNRR e alla Strategia per lo Sviluppo Sostenibile significa costruire un sistema che non si limiti a sostenere, ma che riconosca alle aree interne un ruolo attivo e produttivo.
Restare ancorati a una visione assistenziale significa continuare a trattare questi territori come pesi, non come risorse. Dobbiamo invece puntare su infrastrutture adeguate, servizi digitali, reti locali, riconoscimento formale del valore ecosistemico.
Solo così possiamo trattenere giovani e famiglie, promuovere nuova impresa, generare speranza.
Le aree interne sono molto più che geografia marginale: sono luoghi vivi, dove si coltiva senso di comunità, memoria condivisa e innovazione sociale. Qui la cooperazione, la solidarietà e la custodia del territorio sono prassi quotidiana, non solo slogan.
Luoghi fucine di cultura, di storia, di contemporaneità.
Valorizzarle non significa scrivere piani dall’alto che decretino quali sono le “cose” di cui abbiamo bisogno per aumentare la qualità dell’abitare (?!?!), ma riconoscerne la capacità di immaginare modelli alternativi di sviluppo: più lenti, ma più umani e più in sintonia con i ritmi naturali.
Se Governo e Parlamento non sapranno liberarsi della logica del Temmatemenetè – perché non hanno soluzioni migliori – e da quella dei numeri nudi, rischiamo la desertificazione ambientale, sociale e3 culturale di interi territori.
Se la politica resta cieca, allora toccherà ai piccoli comuni, uniti, scrivere la prossima rivoluzione».
NO ALL’EUTANASIA DI STATO PER LE AREE INTERNE
Tutto si può dire del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, approvato lo scorso 9 aprile dalla cabina di regia istituita dal Governo presso il Dipartimento delle Politiche di Coesione e per il Sud, tranne che non abbia il pregio della chiarezza.
Recependo un documento redatto dal famigerato CNEL, il Piano individua quattro scenari demografici che, in due casi specifici, non lasciano molte speranze alle Aree Interne: nel terzo scenario, la maggior parte di queste può ambire soltanto a politiche di contenimento dello spopolamento: “perdere di meno” per evitare peggioramenti veloci e definitivi e lasciare aperta la possibilità di miglioramenti futuri; nel quarto, invece, per un numero non trascurabile di altre Aree Interne (tra cui quelle del Sud) non ci sarebbe altro da fare che prevedere un accompagnamento mirato in un percorso di spopolamento irreversibile; secondo il CNEL queste Aree, infatti, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Una vera condanna per un numero “non trascurabile” di piccoli comuni e per decine e decine di abitanti, comunità e amministratori locali che, loro sì con grande dignità, hanno deciso di non arrendersi. Ma anche una scelta miope e pericolosa per il resto del Paese: cosa succederà quando il percorso cronicizzato (ma dignitoso, sic!) sarà completato? Cosa resterà di intere porzioni di territori rurali e montani abbandonati dall’uomo? Una politica lungimirante può davvero immaginare che non ci saranno conseguenze in termini ambientali, produttivi, demografici e sociali anche per il resto del territorio italiano? L’Italia può realmente pensare di rinunciare così a cuor leggero e senza opporre alcuna resistenza ai suoi piccoli comuni?
La direzione codificata dal Piano non va sottovalutata e non spunta dal nulla. Qualche giorno fa, ad esempio, è stata rilanciata in maniera anche brutale dal Rettore della Bocconi di Milano in un incontro pubblico in Calabria: “Probabilmente saremo costretti ad adottare scelte pragmatiche e a concentrare gli sforzi soltanto su alcuni di questi borghi, lasciando morire gli altri”, ha detto Billari nella sua lectio magistralis. A ben vedere, è la stessa logica del “mors tua vita mea” dello sciagurato bando Borghi voluto dall’allora ministro Franceschini che ha assegnato 20 milioni di euro a soltanto un paese per Regione o del ricorso eccessivo ai bandi e ella competizione sfrenata tra piccoli comuni rafforzato dalla stagione del PNRR.
Ma, c’è chi dice no.
Da ieri si apre, non a caso da Pietramontecorvino che è sempre stata terra di inizi e di avanguardie, una nuova stagione di riflessione, impegno e mobilitazione a favore delle Aree Interne. Tra qualche giorno sarà online “Dalla parte dei paesi” per ripartire dalle comunità locali, dagli abitanti, da chi “tiene accesa la luce d’inverno” e per ribaltare, dal basso, logiche sbagliate e scenari nefasti.
Per chi crede che non è ancora finita.








