SAN MARTINO IN PENSILIS. «Girate! È stata la mano di Leo. Tra sàne e sòleche».
Reportage in tre episodi sul sentimento collettivo che lega la “Gente di Carri” di San Martino in Pensilis, ai buoi, ai cavalli, al Tratturo che conduce alla Bufalara, al richiamo di San Leo. Lo ha realizzato Alessandro Massenzio in tre capitoli ed è gratuitamente visibile sul suo profilo YouTube. La storia millenaria di San Martino e dei suoi Carri è narrata come una favola: mostrando i volti, lasciando che i carrieri raccontassero le loro emozioni, le loro ragioni, il loro amore per il luogo in cui sono nati.
La gara, il tifo, le polemiche e persino la Politica: la dimensione agonistica della Corsa dei Carri è uguale a qualunque competizione. La sua grande fragilità è proprio nel rischio che la fugacità delle vittorie e delle sconfitte prevalga sullo spirito religioso. Perché è solo nella matrice cristiana che si preserva e si rigenera, all’infinito, l’eternità dei Carri. L’immutabile incanto fra terra e cielo, il patto pacifico fra buoi, cavalli e uomini si rinnova a Primavera, il 30 d’Aprile, il giorno sacro, il giorno della Storia.
Alessandro Massenzio, giovanissimo movie maker, lo racconta in un ‘cineracconto’ pensato come un documentario, emotivamente forte ma oggettivo. Col distacco di un millennial che però quel profumo antico di Tratturi lo conosce da sempre. Ha scelto un punto di vista inedito per raccontare la Carrese: ha lasciato parlare gli uomini dei Carri. Ne ha liberato, come in una intima confessione, i sentimenti. Un reportage poetico, tutto in sammartinese ma che i racconti dei carrieri rendono universalmente condivisibile. Concepito in tre parti in cui le parole prevalgono sullo spettacolo delle immagini della gara.
La verità dolce e struggente dei Carri di San Martino è finalmente raccontata dai suoi protagonisti: ricordi, aneddoti, commozione di chi i Carri li ha vissuti davvero. Dei padri, ma anche dei figli che portano nel cuore l’ingombro bello di un nome che nei Carri diventa appartenenza. E i nomi ci sono tutti, orgogliosamente indimenticabili. Si coglie, finalmente, che in quello sforzo di cavalli, buoi, braccia e gambe c’è un sentimento religioso profondo. La memoria dei grandi vecchi, degli anni in cui la cronaca si faceva col passa parola, spiega come una tradizione ancestrale e incomprensibile al mondo moderno sia in realtà una radice viva di civiltà.
È documento importante per capire l’epica di una tradizione che salva l’umanità e la storia nobile di questa terra smemorata e dolce.
Caterina Sottile




