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domenica 14 Dicembre 2025
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Da Marcella Stumpo: “Lettera al mondo della scuola”

TERMOLI. Da Marcella Stumpo, prima di tutto insegnante (perché quando si è in pensione non si smette di esserlo) una lettera al mondo della scuola.

«Scrivo da cittadina, ma prima ancora come insegnante che ha molto amato la propria missione (sì, perché questo non è solo un lavoro), dopo aver letto che la dirigente del Liceo Galante di Campobasso ha impedito agli attivisti per la Palestina di parlare con gli studenti e di affiggere una locandina per informare sulla manifestazione prevista per oggi, lunedì 22 settembre, giornata di protesta per Gaza.

Don Milani è proprio passato invano, se si vieta ai nostri giovani di discutere e riflettere su quello che nessuno, o quasi, ormai evita di chiamare con il giusto nome, genocidio.

La dirigente ha affermato che a scuola si educa: e in cosa consisterebbe l’educazione che siamo tenuti a dare, se non spingere ad informarsi di tutto ciò che accade intorno, favorire confronto, condivisione, sviluppo del senso critico, far acquisire consapevolezza che il mondo esterno, in tutte le sue manifestazioni, ci riguarda, raggiungere la conquista dell’empatia verso i nostri simili? In una parola, non riempire vasi di nozioni, ma accendere fiaccole. O forse dobbiamo considerare l’educazione come mera acquisizione di dati e di “competenze” utili per la produzione e il profitto?

Siamo davanti a minacce di terza guerra mondiale, assistiamo impotenti al sistematico sterminio di un popolo per bombe, fame e sete, e all’ipocrisia complice di tutti i governi occidentali: di cosa dovrebbero parlare gli insegnanti a scuola? Se a scuola è dovere dei docenti (e dei dirigenti) educare a qualcosa, questo è sempre stato in primis l’essere cittadini. Ed essere cittadini oggi vuol dire soprattutto difendere il diritto internazionale calpestato, soccorrere i deboli e gli ultimi, coltivare l’umanità e la fratellanza.

Certo questo obiettivo non può essere raggiunto chiudendo le porte al mondo esterno e definendo “propaganda” il sacrosanto diritto dei giovani studenti di occuparsi della contemporaneità, del mondo che vive e soffre fuori dei cancelli delle scuole, e che bussa in modo intollerabilmente doloroso alle nostre coscienze.

Come insegnante sono indignata per questo episodio di chiusura materiale e mentale imposto agli studenti; mi auguro che i miei colleghi parlino tutti i giorni in classe di Gaza, spronino i ragazzi a leggere ed ascoltare tutto ciò che arriva da quella terra martire, promuovano dibattiti e confronti: ci hanno riempito la testa per anni sulla necessità di coltivare lo spirito critico in classe. Come pensa di farlo la dirigente del Galanti, chiudendo la porta sulle voci da lei ritenute dissonanti o poco allineate, in nome di una supposta neutralità della scuola?

Si può essere neutrali su un genocidio? Si può silenziare l’orrore che ci viene servito in diretta ogni giorno? E se avessimo fatto lo stesso sulla Shoah, non ci troveremmo ora ad essere tutti indifferenti sull’indicibile di 80 anni fa?

E a proposito, vorrei proprio che si smettesse di strumentalizzare l’indegna associazione tra ebraismo e sionismo: é un automatismo strumentale e falso che vorrebbe impedire la sacrosanta indignazione per ciò che si sta facendo in Palestina. Ma come sempre, sono la cultura e lo studio che salvano, e basta qualsiasi libro di storia contemporanea per rendersi conto dell’idiozia di questa equazione.

Se parlare di Gaza significa fare politica, bene, la scuola allora ha il dovere di fare politica, nel senso greco della parola: ciò che attiene alla vita della città. I nostri giovani guardano alla scuola come palestra di vita, calata fino in fondo nella realtà circostante. E se questa realtà è orrenda, dobbiamo dare loro gli strumenti per conoscerla, ragionarci, e magari trovare i mezzi per cambiarla. Ciò che noi adulti purtroppo non sappiamo fare.

Il commediografo Terenzio scriveva, in una sua opera del 165 a.C.: Homo sum, humani nihil alienum a me puto (Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo): ecco, vale anche per i nostri studenti e per noi docenti (e dirigenti). Prima di ogni altra cosa, educare ad essere umani. Ed essere umani vuol dire conoscere ciò che ci accade intorno, poterne parlare e lasciarsene contaminare».