TERMOLI. Sul molo il sole batte forte e si riflette sulle carene tirate a lucido. Le reti, stese al sole come lunghi tappeti color ocra, raccontano di mani pazienti che le rammendano filo dopo filo, in silenzio o tra una battuta e l’altra. L’ultima settimana di fermo pesca è soprattutto questo: tempo sospeso, fatto di attese e di preparativi.
La marineria termolese, ferma dal 16 agosto, si prepara a tornare in mare dopo oltre un mese di sosta obbligata. In queste settimane gli armatori e gli equipaggi non sono rimasti con le mani in mano: hanno approfittato dello stop per rimettere a posto i motori, controllare le pompe, verniciare le murate, dare nuova vita agli strumenti che ogni giorno affrontano il mare.
C’è chi parla di “riposo forzato”, ma per chi vive di pesca il fermo è soprattutto un sacrificio. «Noi restiamo a terra, ma le spese non si fermano – racconta un marittimo con decenni di navigazione – e gli indennizzi arrivano sempre con anni di ritardo». In effetti, mentre si aspetta la fine dello stop 2025, a Termoli si attende ancora il pagamento dei contributi per gli anni precedenti. Una beffa che pesa sulle famiglie, costrette a fare i conti con bilanci sempre più fragili.
Eppure, la comunità marinara, abituata da secoli a convivere con le regole del mare, si piega anche a quelle imposte sulla terraferma. Il decreto ministeriale per il 2025 aveva fissato le date dal 16 agosto al 29 settembre, niente uscite in mare per le unità che praticano lo strascico. Lo stop riguarda da San Benedetto del Tronto a Bari, coinvolgendo quindi anche Termoli.
Un mese e mezzo di fermo che non lasciava spazio a deroghe, se non per motivi tecnici: le imbarcazioni potranno muoversi solo per spostamenti temporanei in altri porti, autorizzati dall’Autorità marittima, e solo per eseguire manutenzioni o rinnovi dei certificati di sicurezza.
Sulle banchine, intanto, il porto è una piccola officina a cielo aperto. Non c’è rammarico, ma la consapevolezza che ogni fermo diventa l’occasione per farsi trovare pronti al ritorno in mare.
«Appena finirà il fermo – dice un giovane marinaio – sarà come una nuova partenza. Torniamo in acqua con più sicurezza e con attrezzi sistemati. Ma resta la paura di non sapere se quello che peschiamo basterà a coprire le spese».
La vita della marineria termolese scorre così, tra sacrifici e speranze, in un equilibrio fragile ma tenace. La fine del fermo non è soltanto la ripresa di un lavoro: è il ritorno a una quotidianità che tiene unite intere famiglie, generazioni cresciute sul mare.
Emanuele Bracone






